| Scandalo acqua minerale |
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Effetto Terra
Scandalo acqua minerale: le Regioni la regalano, le imprese si arricchiscono, gli italiani la bevono e inquinano di Giulio Sardi Chiare, fresche e dolci acque… in bottiglia. Preferibilmente di plastica. Chi lo avrebbe mai detto che il paese del Petrarca sarebbe diventato il primo consumatore in Europa di acqua in bottiglia ed il terzo nel mondo, dopo Emirati Arabi e Messico? Invece è proprio così. Nonostante l’ ottima qualità della nostra acqua pubblica, gli italiani preferiscono pagare 1000 volte di più per quella imbottigliata e consumarne ben 196 litri pro-capite all’anno. Merito soprattutto della pubblicità se il mercato delle acque minerali è fiorente: una crescita che supera il 300% dal 1980 ad oggi, 192 fonti sfruttate da 321 marchi, per un fatturato di 2,25 miliardi di euro all’anno, appannaggio di pochi grandi gruppi. Sono infatti quattro quelli che dominano quasi il 60% del mercato: Nestlé, San Benedetto, Ferrarelle e Cogedi. Una vera e propria gallina dalle uova d’oro, visto che le imprese del settore, in molti casi, pagano alle Regioni canoni di concessione irrisori, inferiori a quanto ogni cittadino paga per l’acqua di rubinetto. Tuttavia, come evidenziato dal dossier presentato ieri da Legambiente e Altreconomia in vista della giornata mondiale dell’acqua del 22 marzo, qualche Regione inizia finalmente a muoversi per porre fine al lo scandalo dell’acqua minerale. A partire dal Lazio, una delle Regioni più ricche di questa preziosissima risorsa, che ha 32 concessioni attive e altre 90 potenzialmente utilizzabili. “Quando nel 2004 siamo arrivati al governo della Regione – afferma l’assessore al bilancio della Regione Lazio Luigi Nieri – abbiamo scoperto che nel 2002 la Giunta Storace aveva dimezzato i canoni già irrisori delle concessioni, da 124 a 62 euro per ettaro concesso e senza nessun legame con i litri d’acqua imbottigliati. Un trattamento di assoluto favore totalmente ingiustificato, considerate le spese di gestione e controllo, nonché quelle per il riciclaggio, a carico degli enti locali, ed i costi sociali e ambientali derivanti dall’inquinamento determinato dal trasporto su gomma e dalla plastica”. Per questo, nell’Agosto del 2007 e nonostante le pressioni contrarie di Mineracqua, è stato lo stesso Nieri a far approvare una revisione dei canoni, che tiene conto non solo degli ettari occupati ma anche della quantità di acqua emunta e prevede incentivi per l’utilizzo del vetro e dei vuoti a rendere. 60 euro all’ettaro, fino ad un massimo di 25 milioni di litri all’anno di acqua prelevata, 120 euro all’ettaro se si supera tale quantità, a cui si aggiunge in questo caso un canone annuo minimo di 5mila euro; in aggiunta, 2 euro per ogni metro cubo di acqua imbottigliata, oltre a 1 euro al mc per il volume emunto ma non imbottigliato. In più riduzioni del 50% per l’acqua commercializzata in vetro e del 70% per l’acqua commercializzata in vetro con vuoto a rendere. “Uno dei sistemi più equi in Italia”, secondo il presidente di Legambiente Lazio Lorenzo Parlati. Purtroppo non è ancora così in tante altre Regioni d’Italia, con una situazione assolutamente non uniforme e che varia di molto Regione per Regione. Secondo il responsabile scientifico di Legambiente Stefano Ciafani “è assurdo pensare che la stessa risorsa idrica costi in Puglia solo 1 euro per ciascun ettaro di concessione, indipendentemente da quanta ne viene prelevata, e in Veneto 3 euro ogni mille litri imbottigliati oltre a 580 euro circa per ciascun ettaro. E’ quindi necessario che tutte le Regioni italiane aggiornino immediatamente la normativa regionale stabilendo un canone di almeno 2,5 euro per metro cubo imbottigliato o emunto, cifra prevista anche dal documento di indirizzo della Conferenza delle Regioni del 2006”. E anche quando il canone è in funzione dei litri prelevati il costo varia di molto e non se ne capisce il motivo. Si va da 0,3 euro per ogni mille litri emunti in Campania e imbottigliati in Basilicata, fino ai 3 euro per ogni mille litri prelevati del Veneto. “Eppure anche se prendiamo come esempio il caso del Veneto, dove è previsto il canone più alto del Paese, - ha dichiarato Pietro Raitano, direttore di Altreconomia - il costo per le società imbottigliatrici su ciascun litro di acqua corrisponde ad appena lo 0,6% del prezzo finale che paghiamo noi consumatori al momento dell’acquisto. Il resto se ne va per le spese di imballaggio, pari al 60% del costo finale dell’acqua minerale, di trasporto, il costo del lavoro, la pubblicità che costituiscono, secondo l’Eurispes, oltre il 90% del prezzo finale della bottiglia. Per cui quando andiamo a comprare l’acqua minerale per assurdo non paghiamo tanto l’acqua quanto tutto ciò che le sta attorno”. Il vero obiettivo è quello di incentivare il consumo dell’acqua di rubinetto, che è buona, economica, controllata e non inquina. Una pubblicità, in questo caso, di utilità sociale, che potrebbe essere promossa negli appositi spazi televisivi riservati dalle pubbliche amministrazioni e che nello scorso dicembre è stata tra l’altro ritenuta ammissibile dall’Antitrust. Senza arrivare ad imbottigliare l’acqua di rubinetto, come si fa a New York, annullando in parte i benefici ambientali della soluzione. Per questo Altreconomia, ormai da un anno, promuove l’acqua del Sindaco con la campagna Imbrocchiamola, che propone una moratoria sulla pubblicità dell’acqua minerale, chiede a tutti gli avventori di utilizzare acqua di rubinetto in casa e di ordinarla nei ristoranti e nei bar, segnalando quelli che la servono spontaneamente. (18 marzo 2009) |